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RAREFAZIONE DELLA FIGURA GENITORIALE

La crisi sociale e identitaria dei giovani non dipende dal bullismo in sé, ma dalla rarefazione della figura genitoriale, sostituita da uno smartphone che annulla lo spirito critico. Per superare la fragilità delle nuove generazioni, la scuola e le istituzioni devono abbandonare il modello competitivo e punitivo per ricostruire una presenza educativa solida, capace di valorizzare l'individuo e offrire un orientamento costante.

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DESTRUTTURAZIONE DELL’ESSERE

L’immagine destrutturante dell’essere, che oggi si impone come cifra tragica della condizione contemporanea, non è un fenomeno accidentale, bensì l’approdo maturo di un lungo processo di disimpiego esistenziale e di asservimento ontologico. Tale processo trova il proprio catalizzatore nell’epoca del planetarismo imperante, un assetto pervasivo oggi esasperato da politiche economiche globali che, pur sotto le credenziali dell'avanzamento dei paesi del Terzo Mondo e della redistribuzione dei mercati, hanno di fatto esteso le maglie del capitale a ogni latitudine, riducendo l'intera ecosfera a un unico orizzonte di producibilità e consumo. La storica impostazione antropocentrica, trasformatasi progressivamente in una hybris centrotecnica, ha condotto alla fine a un palese ed estenuante esilio della soggettività. Questo isolamento dell'umano non si configura tuttavia come pura assenza, bensì come un ipertrofico aumento di volume e spessore dell'individuo atomizzato: un'inflazione dell'Ego che, nel momento stesso in cui satura lo spazio sociale, priva l'uomo di qualsiasi profondità e riduce al minimo storico le sue relazioni costitutive con la trascendenza e con la natura. Non si intende con ciò auspicare un ingenuo o nostalgico regresso verso un pensiero atavico e astorico, poiché la società e le forme della cultura sono strutturalmente immerse in un continuo progresso e subordinate a un ineludibile dinamismo hegeliano e antropologico. Ciononostante, occorre prendere atto che questa condizione di marginalità ontologica ha deposto e disarticolato la dimensione comunitaria originaria, intesa non già come semplice costrutto sociologico o pattizio, ma come caratteristica intrinseca e struttura primaria dell’essere umano, ovvero come naturalità relazionale radicalmente opposta alla sterile autoreferenzialità dell’individuo isolato. Nel solco dell'analitica esistenziale, l’uomo si manifesta come quell'ente singolare che possiede l'eccezionale e vertiginosa possibilità di interrogarsi e di comprendersi. Tuttavia, nel momento in cui l'uomo rivolge la domanda su di sé, egli non fa che interrogare l'essere stesso, giacché la sua struttura fondamentale si costituisce proprio in questo scarto riflessivo. Martin Heidegger ha individuato chiaramente tale peculiarità: è esattamente questo primato ontico-ontologico dell'interrogare che definisce la struttura dell'uomo come Esserci (Dasein), ossia come un ente la cui essenza risiede nella sua apertura al mondo (In-der-Welt-sein). Il problema che qui si intende sollevare non risiede tuttavia nella pura architettura teorica dell'ontologia heideggeriana — che correttamente scorge nell'uomo il luogo in cui l'essere si fa questione —, bensì si concentra sulla parodia, sulla tragica caricatura che la tarda modernità ha tratto da quell'uomo capace di interrogarsi e di comprendersi. In una congiuntura storico-sociale come quella odierna, l’atto stesso dell’interrogarsi autentico e del comprendersi appare quasi come un relitto distopico o una suggestione fantascientifica. Forse, nell’aver preteso di vivisezionare e categorizzare la natura dell’essere nel suo incessante dinamismo di svelamento (aletheia) e nascondimento, l'uomo contemporaneo si è del tutto assoggettato a un mistero oggettivato, dissacrando quel margine d'ombra che doveva indiscutibilmente rimanere inaccessibile. La soggettività irriducibile e la misteriosità sorgiva di cui eravamo intessuti nel nostro "pre-essere" si sono irrimediabilmente dissolte: siamo stati unilateralmente, capillarmente scomposti e massimizzati per essere incorporati nelle strutture della società del "fondo" (Gestell), dove ogni cosa, compreso l'umano, esiste unicamente come risorsa impiegabile, calcolabile e immediatamente disponibile. Allontanandoci ora dal perimetro strettamente heideggeriano, si rende necessaria una critica radicale all’intero corso del pensiero occidentale, il quale ha progressivamente edificato gli strumenti teorici e i presupposti epistemici per annientare la natura intima dell'intelletto. Quest'ultimo, strappato alla sua vocazione contemplativa e sapienziale, è stato strumentalizzato e degradato a puro organo di dominio e oggetto del conoscere, riducendo la vertigine dell'esistente a un mero reticolo di categorie logiche, formalizzazioni algoritmicamente traducibili e giudizi predicativi che hanno prosciugato l'esistenza di ogni reale profondità. Sebbene l’essere sia stato per secoli meditato come la tensione originaria tra nascondimento ed esibizione, oggi esso pare essersi completamente manifestato e prostituito al visibile, proprio a causa di quell’Esserci (Dasein) che ha deviato dal proprio compito di "custode dell'essere" per farsi ingegnere della realtà. È precisamente in questo snodo che occorre rintracciare il punto nodale della destrutturazione e dello svuotamento dell’essere: un processo di autodistruzione che si consuma interamente all'interno dell'essere umano stesso, inteso ormai come un "animale logico" che, nella propria ossessione razionalizzante, si è letteralmente autofagocitato. Addentrandoci nel cuore di questo tema ardente, non si può che scorgere lo stadio dello spettralità e del puro riflesso a cui l'uomo è stato ridotto: un soggetto depotenziato, divenuto al contempo spettatore e autore di sistematici orrori storici. L'uomo ha edificato la propria imponente impalcatura concettuale ponendosi come un ente assoluto, fine a se stesso e perentoriamente chiuso all'alterità. In tal modo, egli ha sostituito e sterilizzato l'ontologia classica, che un tempo si configurava come l'orizzonte ultimo dell'essere nella sua complessità, nella sua trascendenza e nella sua libera progettualità. Avendo declassato l'essere a semplice "progetto tecnico" e pianificazione funzionale, abbiamo pronunciato una condanna senza appello nei confronti dell'avvenire, assoggettando la realtà a un'oggettivazione totale e a un linguaggio puramente logonomico — un codice chiuso, normativo, meramente esecutivo. L'uomo contemporaneo non ha conservato né compreso nulla della solenne visione prettamente storica, tragica e al contempo stoica degli antichi; si è invece interamente consegnato a una dimensione mondana superficiale ed esaustiva che ha nutrito una viscerale avversità verso l'altro da sé, verso l'eccedenza e verso l'incalcolabile. Tale deriva ha finito per sottomettere l'uomo stesso al proprio sistema linguistico, divenuto un dispositivo opprimente, sterile e indecoroso.

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DALLA GUERRA TRA STATI ALLA GUERRA IDEOLOGICA: UNA RIFLESSIONE A PARTIRE DA CARL SCHMITT

Il passaggio dai conflitti interstatali classici alle moderne guerre umanitarie e ideologiche rivela la crisi del diritto internazionale. Attraverso le categorie di Carl Schmitt, l'articolo analizza come la globalizzazione e l'universalismo morale rischino di trasformare il nemico politico in un nemico assoluto, riducendo la pluralità del mondo a un unico modello egemonico.

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