Dalla crisi del formalismo giuridico ottocentesco alle derive del capitalismo della sorveglianza: come il costituzionalismo sociale e l'irriducibile eccedenza del "politico" sfidano i moderni tentativi di neutralizzazione tecnocratica e l'ascesa delle Big Tech.
di ASSEN POMPOSELLI
Il tramonto dello Stato liberale di diritto e la persistenza del politico si articolano storicamente attraverso la crisi del formalismo astratto ottocentesco e l'avvento del costituzionalismo sociale, fino a giungere alle odierne derive tecnocratiche. Questa transizione dottrinale e istituzionale dimostra come i tentativi di neutralizzare la sfera politica attraverso la norma giuridica o l'apparato tecnico abbiano costantemente fallito, lasciando emergere un'irriducibile eccedenza sovrana. Il costituzionalismo liberale dell'Ottocento si fondava su un'architettura di diritti astratti e uguaglianza meramente formale, un'impalcatura che risentiva fortemente dell'influenza della scuola dei Romanisti, orientata alla tutela assoluta delle libertà individuali, alla sacralità della proprietà privata e all'uguaglianza formale dinanzi alla legge quali pilastri dello Stato borghese. A questa visione atomistica si oppose radicalmente la scuola dei Germanisti, guidata da figure come Otto von Gierke, la quale introdusse l'idea di comunità originaria, la valorizzazione dei corpi intermedi e il riconoscimento dei diritti sociali. Questo scontro dottrinale pose le basi per il superamento dello Stato liberale puro; la rettificazione dell'astrattezza liberale confluì nel costituzionalismo sociale, trovando il suo culmine storico e i suoi prodromi nella Costituzione della Repubblica di Weimar del 1919, dove i diritti sociali vennero per la prima volta costituzionalizzati. Nel medesimo alveo tedesco, il tentativo di comprendere scientificamente lo Stato aveva seguito traiettorie alterne: se George Waitz, discepolo di Leopold von Ranke, sosteneva che la politica non fosse una lotta perpetua bensì la comprensione scientifica e strutturata dell'organismo statale attraverso la Staatswissenschaft, decenni più tardi Heinrich Triepel, nel suo celebre testo del 1927 Staatsrecht und Politik, sferrò una dura critica alla scuola del positivismo dogmatico di Carl Friedrich von Gerber e Paul Laband. Quella scuola pretendeva di isolare il diritto pubblico da qualsiasi elemento eterogeneo, espellendo la politica dal perimetro giuridico — impostazione che avrebbe in seguito influenzato profondamente Hans Kelsen e la sua dottrina pura fondata sulla Grundnorm. Per Triepel, al contrario, la politica costituisce la realtà vitale e dogmatica del diritto: con la sua riflessione crolla l'equivalenza liberale tra statale e politico, poiché la politica non è un prodotto dello Stato, ma la vera fonte originaria del diritto pubblico. Questa pretesa di neutralizzare il conflitto politico e ridurlo a sole norme di diritto pubblico si riflette storicamente nella legge tedesca sulle associazioni del 19 aprile 1908 (Reichsvereinsgesetz), un dispositivo che Carl Schmitt considererà una tautologia e un vuoto concettuale imputabile al formalismo di Laband, Gerber e Georg Jellinek. Come analizzato dallo storico della costituzione Maurizio Fioravanti nei suoi studi sulla crisi istituzionale e la teoria dello Stato in Germania dopo la prima guerra mondiale, Schmitt contesta radicalmente il formalismo normativo richiamandosi al concetto di "plusvalore politico" formulato originariamente da Otto Mayer nel diritto amministrativo. Tale concetto esprime l'esistenza di un'eccedenza che il diritto pubblico non riesce a digerire, un residuo imprevedibile e non normabile che Schmitt riprenderà nel saggio del 1932 Legalità e legittimità per evidenziare la fallacia dei positivisti, mentre Kelsen cercherà simmetricamente di appiattire ogni forma di plusvalore politico attraverso il formalismo giuridico e la riconduzione di qualsiasi dinamica all'interno della gabbia geometrica della norma fondamentale. Anche nella prassi del diritto amministrativo, la tripartizione dei poteri mostra profonde frizioni, in particolare nella distinzione interna tra l'esecutivo, deputato a definire l'indirizzo politico e l'azione strategica di governo, e l'amministrativo, inteso come apparato di gestione pratica di tale indirizzo. Secondo Gaston Jèze, esponente di spicco della Scuola di Bordeaux, questa netta separazione non è una verità scientifica ma una forma di opportunità politica, un motivo politico utilizzato dal potere come scudo per de-responsabilizzare la scelta sovrana dietro il paravento dell'atto burocratico. Storicamente, le tensioni tra questi apparati e i poteri assembleari hanno condotto a rotture sistemiche radicali, come la crisi della Seconda Repubblica francese culminata nel colpo di Stato del 2 dicembre 1851 da parte di Luigi Napoleone Bonaparte. Il fallimento della neutralizzazione liberale, che nel corso del XIX secolo aveva tentato di contrapporre sistematicamente al politico l'ambito religioso, culturale, economico, giuridico e scientifico, era già stato intravisto dallo storico Jacob Burckhardt, il quale notava la stridente contraddizione tra l'avvento della democrazia di massa e lo Stato liberale costituzionale, evidenziando come l'allargamento del potere statale tendesse inevitabilmente a far venir meno i confini tra la sfera propriamente statale e quella sociale. Si giunge così alla teorizzazione schmittiana dello Stato Totale (Totaler Staat), caratterizzato dall'annullamento della barriera tra pubblico e privato. Questa deriva poggia sulla storica scissione concettuale tra la Società (Gesellschaft), intesa come regno degli interessi economici privati e particolari, e lo Stato (Staat), inteso come espressione dell'unità politica superiore. Già Lorenz von Stein e Rudolf Gneist avevano teorizzato questa profonda frattura: Von Stein riconosceva che la società, abbandonata a se stessa, è strutturalmente incapace di produrre uguaglianza a causa dei conflitti di interesse privatistici, teorizzando perciò la necessità di un intervento regolatore dello Stato — la "Monarchia Sociale" — avente il compito di neutralizzare i conflitti di classe, mentre Gneist guardava al modello del self-government di matrice britannica, ispirato alla figura del gentleman del XVIII secolo, come contrappeso alla burocratizzazione. Nel medesimo alveo dottrinale, Albert Haenel concepì lo Stato come un organismo consociativo, un'unione di associazioni, una visione pluralista e comunitaria entrata definitivamente in crisi con l'avvento del positivismo giuridico di Laband. Questa pretesa di neutralizzare il politico si ripresenta in epoca contemporanea sotto le spoglie della tecnocrazia e della spoliticizzazione. Se il giurista Charles Eisenmann, esponente di rilievo del positivismo giuridico francese, ha affrontato nel suo Cours de droit administratif il mito della spoliticizzazione e la tecnocrazia, oggi questo fenomeno si traduce in una "spoliticizzazione apparente" attuata dai giganti tecnologici (Big Tech). Attraverso piattaforme di analisi dati predittiva, come la Piattaforma Palantir, si assiste a uno spostamento effettivo della sovranità statale verso attori privati, dove le funzioni sovrane dello Stato vengono delegate a infrastrutture algoritmiche. I colossi tecnologici presentano il proprio operato come puramente tecnico, oggettivo, scientifico e neutrale; tuttavia, autori come Benjamin Bratton e la sociologa Shoshana Zuboff, teorica del Capitalismo della Sorveglianza, evidenziano come questa deriva non sia altro che una reale cessazione della sovranità democratica, la quale scivola verso forme di Tecnofascismo e tecnocrazia esasperata in cui la decisione sovrana e l'eccedenza imprevedibile del politico vengono illusoriamente sostituite dal calcolo matematico e dall'automazione dei processi operativi.
Bibliografia
• Bratton, B. (2015). The Stack: On Software and Sovereignty. MIT Press.
• Eisenmann, C. (1982). Cours de droit administratif. LGDJ.
• Fioravanti, M. (1979). Crisi istituzionale e teoria dello Stato in Germania dopo la prima guerra mondiale. Giuffrè.
• Gierke, O. von (1868-1913). Das deutsche Genossenschaftsrecht (4 voll.). Weidmann.
• Gneist, R. (1871). Selfgovernment: Communalverfassung und Verwaltungsgerichte in England. Springer.
• Haenel, A. (1892). Deutsches Staatsrecht. Duncker & Humblot.
• Jèze, G. (1925). Cours de droit administratif. Marcel Giard.
• Kelsen, H. (1911). Hauptprobleme der Staatsrechtslehre. Mohr.
• Mayer, O. (1895). Deutsches Verwaltungsrecht. Duncker & Humblot.
• Schmitt, C. (1932). Legalität und Legitimität. Duncker & Humblot.
• Stein, L. von (1850). Geschichte der sozialen Bewegung in Frankreich von 1789 bis auf unsere Tage. Wigand.
• Triepel, H. (1927). Staatsrecht und Politik. De Gruyter.
• Zuboff, S. (2019). The Age of Surveillance Capitalism: The Fight for a Human Future at the New Frontier of Power. PublicAffairs.
Chi è l'autore : Assen Pomposelli , studente presso l'Università degli Studi La''Sapienza'' di Roma. Nato a Burgas nel 2005 , ad oggi vive ad Agropoli un piccolo abitato costiero in provincia di Salerno. Ha frequentato il Liceo Classico di Agropoli ''Alfonso Gatto' .
Aggiungi commento
Commenti