Löwith interpreta la modernità non come una rottura netta con il passato, ma come una trasposizione sul piano immanente dello schema giudaico-cristiano. Secondo il pensatore, la modernità inganna sé stessa quando cerca di legittimarsi presentandosi come indipendente dal passato: per questo, la sua pretesa di autonomia deve essere «smascherata». Gli ideali e gli elementi che la caratterizzano non sarebbero altro che una secolarizzazione dell’escatologia cristiana, intesa come concezione del destino ultimo dell’essere umano. Nella tesi di Löwith, i temi della creazione, della redenzione e della salvezza eterna sono stati interamente trasposti nella modernità.
Superando la tesi di Löwith, vorrei qui soffermarmi piuttosto sulla prospettiva di Hans Blumenberg, che si pone in netta antitesi con l'idea che la modernità abbia operato un mero trasferimento parassitario di sostanze storiche dal cristianesimo. Sebbene la visione di Löwith vanti un impianto teorico a proprio supporto, essa mostra presto i suoi limiti strutturali. Nel rievocare il passaggio di tali sostanze storiche alla modernità, sarebbe d'altronde un grave errore — nel senso più profondo della parola — non riconoscere che questo complesso di idee si mantiene e si trasforma grazie alla «mondanizzazione». Questo processo avviene attraverso l’abbandono della trascendenza religiosa nel momento in cui quest'ultima si scopre completamente «saturata», ossia incapace di dare risposte alle nuove urgenze umane.
I contenuti della teologia, in modo radicalmente diverso da come ipotizzato da Löwith, non vengono semplicemente camuffati, ma vengono innalzati e fluidificati nel «divenire storico». In questo senso, la filosofia di Georg Wilhelm Friedrich Hegel offre la chiave di volta di tale transizione: egli vede e segue lo Spirito (Geist) nel suo divenire dialettico, che altro non è se non il pensiero stesso nel suo svolgimento storico.
Di conseguenza, la pretesa di una modernità totalmente autonoma e sradicata dal passato rischia di naufragare in una forma di autodelegittimazione. Affermare la completa indipendenza dell'epoca moderna e, al contempo, considerare il pensiero come un prodotto del divenire storico costituisce una contraddizione intrinseca. La modernità non è un'isola che sorge dal nulla; al contrario, il pensiero filosofico si legittima e si riconosce proprio all'interno di quel processo storico continuo a cui sia il cristianesimo sia l'età moderna sono stati soggetti come tappe necessarie dello sviluppo umano. La modernità non è dunque un "furto" di concetti teologici (come voleva Löwith), ma la rioccupazione legittima di uno spazio concettuale che la storia stessa ha reso disponibile.
Bibliografia dell'autore o testi di riferimento
1.2 Die Legitimität der Neuzeit (1966) — opera centrale sulla “legittimità” della modernità contro il teorema della secolarizzazione.
Chi è l'autore : Assen Pomposelli , studente presso l'Università degli Studi di Roma La''Sapienza''. Nonchè fondatore del nuovo laboratorio di dibattito metodologico e maieutico di Filosoficamente.eu in colloborazione con il canale divulgativo ''PensaciSu'' di TikTok.
Aggiungi commento
Commenti
L'articolo mi ha dato una prospettiva altamente differente. Interessante ! avrei dato più spazio al confronto tra derivazione ermeneutica o problemi avvincenti come questo.Bravo
difficile in certi passaggi , sii più specifico. Comunque complimenti