La flagellazione di Cristo di Piero della Francesca e la nascita del “Noi”

Pubblicato il 25 settembre 2026 alle ore 20:17

La flagellazione di Cristo, attraverso l’arte e il sacrificio, apre a una dimensione collettiva dell’esistenza, ridefinendo il rapporto tra individuo, dolore e alterità.

di ASSEN POMPOSELLI

La flagellazione di Cristo non appartiene soltanto all’ordine della narrazione evangelica, ma si configura come evento-limite della coscienza: essa mostra il punto in cui l’io, spogliato della propria pretesa di autosufficienza, incontra la verità dell’essere nella forma della ferita. Nel corpo percosso del Figlio non si offre semplicemente l’immagine del dolore, bensì la rivelazione di una struttura ontologica dell’esistenza: l’uomo è costitutivamente esposto, vulnerabile, consegnato all’altro. L’arte, assumendo tale scena, non la riproduce come fatto esteriore, ma la trasfigura in figura universale, rendendo visibile ciò che la filosofia pensa come passaggio dalla solitudine dell’io alla comunione del “noi”.

Il dramma della flagellazione costituisce, in questo senso, uno dei fondamenti morali, estetici e metafisici della cultura cristiana. Sul piano etico, esso dissolve l’illusione di un soggetto chiuso nella propria centralità e mostra che l’individuo non si compie nel possesso di sé, ma nella relazione. Il sacrificio di Cristo non è mera privazione, bensì eccedenza: è il movimento attraverso cui il finito si apre all’infinito, e l’esistenza singolare scopre di appartenere a un orizzonte più ampio, dove il dolore non resta muta negatività ma diviene possibilità di riconoscimento.

L’arte, pertanto, non è ornamento della fede né semplice contemplazione estetica: è un dispositivo ermeneutico dell’umano. Essa custodisce il paradosso secondo cui l’invisibile può darsi nella visibilità, e il senso può apparire proprio là dove la carne sembra ridotta a pura sofferenza. Ogni rappresentazione della Passione diviene così una soglia: non impone una dottrina astratta, ma convoca lo spettatore a un’esperienza di partecipazione, nella quale cultura, sensibilità e memoria personale si intrecciano con la domanda radicale sul male, sulla colpa, sulla redenzione e sulla possibilità dell’amore.

L’individuo non è più pensabile come monade autosufficiente, ma come essere-in-relazione, chiamato a riconoscere nell’alterità non un limite alla propria libertà, bensì la condizione stessa della propria umanizzazione. Da qui nasce l’idea di un homo novus: non l’uomo che domina, calcola e possiede, ma l’uomo che si lascia convertire dalla prossimità dell’altro, liberandosi dalla logica della sopraffazione per accedere a una convivenza fondata sull’agape, sulla fedeltà e sulla corresponsabilità.

Questa prospettiva emerge chiaramente anche nel Libro di Rut, centrato sulla figura della donna moabita destinata a diventare antenata del re Davide. Il testo mostra come la nascita del “noi” avvenga proprio nella prova e nella sventura. A causa della carestia di Betlemme, Elimelech si trasferisce nella terra di Moab insieme alla moglie Noemi e ai figli. Dopo la morte del marito e dei due giovani, Rut sceglie di non abbandonare la suocera e di accompagnarla verso un futuro incerto.

Il passo più significativo recita:

«Dove andrai tu, andrò anch’io; dove ti fermerai, mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio. Dove morirai tu, morirò anch’io e vi sarò sepolta» (Antico Testamento, Libro di Rut)

In queste parole si manifesta una delle intuizioni più profonde delle culture monoteistiche: il “noi” non nasce dall’omogeneità, ma dalla decisione etica di condividere un destino. Rut non annulla la propria differenza, ma la offre come luogo di alleanza; non cancella l’alterità, la assume. Qui la comunità appare nella sua forma più alta: non come appartenenza biologica o identitaria, ma come fedeltà scelta, come permanenza accanto all’altro nella precarietà dell’esistenza. È questa stessa logica che conduce alla compartecipazione del dolore e del sacrificio del Dio incarnato.

Anche Hegel colse la profondità speculativa di questa dinamica quando scrisse:

«L’amore è l’unione dell’unione e della non unione» (G.W.F. Hegel, Frammenti di sistema)

In Cristo, Dio si fa carne e realizza l’unione paradossale tra finito e infinito, tra eternità e storia, tra assoluto e sofferenza. L’incarnazione non è soltanto un dogma teologico, ma una categoria filosofica decisiva: essa afferma che la verità non si sottrae alla materia, non resta inaccessibile nell’astrazione, ma entra nella contingenza, nella fragilità e nella morte. Il Verbo si espone al mondo, e proprio in tale esposizione manifesta la forma più radicale dell’amore.

La più alta comprensione di questo processo si realizza nell’arte, poiché l’opera non spiega il mistero: lo custodisce nella forma. La Flagellazione di Piero della Francesca, con la sua geometria sospesa e la sua apparente distanza emotiva, non attenua il pathos dell’evento, ma lo conduce a una dimensione contemplativa. Il dolore non è teatralizzato; è posto entro un ordine che costringe lo sguardo a interrogarsi. L’immagine diventa così pensiero visivo: non illustrazione di una verità già posseduta, ma spazio in cui la verità si lascia cercare.

Questa esperienza conduce l’uomo a riconoscere la propria condizione di creatura: la stanchezza, la fame, la noia, il dolore e la morte non sono meri accidenti dell’esistenza, ma rivelatori della sua finitezza. Proprio perché patisce, l’uomo può comprendere il patire dell’altro; proprio perché è ferito, può aprirsi alla compassione. Il Cristianesimo, trasformando il patire in partecipazione, impedisce al dolore di precipitare nell’assurdo e lo inscrive in una grammatica della relazione.

Nel compatire l’altro si realizza una delle più alte espressioni dell’esistenza umana, poiché la compassione non è semplice sentimento, ma conoscenza incarnata: sapere dell’altro attraverso la propria vulnerabilità. La cristianità ha posto al centro della propria visione questo riconoscimento della sofferenza altrui, indicando nell’amore non un’emozione accessoria, ma il principio ontologico dell’azione morale. L’atto supremo è quello di Dio che, di fronte al martirio del Figlio, non elimina magicamente il dolore, ma lo attraversa, lo assume e lo trasfigura.

Questa immagine trova nell’arte una forma visibile e universale: Cristo sulla croce si rivolge al Padre chiamandolo “Abbà”, affidandosi totalmente a Lui. Accanto al patire e al compatire emerge così il valore dell’affidamento, che non è rinuncia alla libertà, ma suo compimento nella fiducia. L’uomo diviene veramente se stesso non quando si isola nella propria autonomia, ma quando riconosce che l’esistenza è ricevuta, condivisa e restituita. In tale orizzonte, la flagellazione non è soltanto memoria del supplizio: è figura filosofica della comunione, dell’alterità e della redenzione del finito nell’amore.

Bibliografia essenziale

·       Bibbia di Gerusalemme, Antico Testamento, Libro di Rut.

·       G.W.F. Hegel, Frammenti di sistema.

·       G.W.F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della religione.

·       Agostino d’Ippona, Confessioni.

·       Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae.

·       Søren Kierkegaard, Timore e tremore.

·       Emmanuel Lévinas, Totalità e infinito.

·       Paul Ricoeur, Il simbolo dà a pensare.

·       Hans-Georg Gadamer, Verità e metodo.

·       Carlo Ginzburg, Indagini su Piero.

·       Roberto Longhi, Piero della Francesca.

·       Caterina Zaira Laskaris, “Oltre la logica dell’enigma: la Flagellazione di Piero della Francesca, dipinto religioso”, in I saperi dell’arte, Bulzoni, Roma, 2016.


Chi è l’autore : Assen Pomposelli , studente del Dipartimento di Filosofia presso l’Università degli Studi la “Sapienza”. Scrive e pubblica articoli presso riviste scientifiche e nazionali. 

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