Dalla critica filosofica e cristiana al lavoro di intellettuali come Epitteto e Terenzio, la riflessione sul valore della libertà personale e i limiti della coercizione sociale nel mondo classico.
di ASSEN POMPOSELLI
Per comprendere la natura dell’oppressione servile nel mondo antico, è utile muovere da una riflessione sulla percezione della schiavitù nella contemporaneità. Nel 1999, l’economista e intellettuale francese Maurice Lengellé (noto con lo pseudonimo di Maurice Tardy) pubblicava L’esclavage moderne, un’opera dedicata all’analisi delle forme di asservimento e alienazione sociale presenti nel XX secolo. Se nella sensibilità moderna la schiavitù rappresenta un’abberrazione inaccettabile, nelle civiltà greco-romane essa costituiva invece un’istituzione sistematica, una prassi consolidata e il motore stesso dell’organizzazione sociale.
Nonostante questa capillare diffusione, il mondo classico non fu del tutto privo di una riflessione critica sull’illegittimità morale della coercizione servile. Sul piano filosofico, la corrente stoica operò una netta distinzione tra la sottomissione del corpo e la libertà dello spirito: il filosofo Epitteto, egli stesso vissuto in condizione servile, ricordava nelle Diatribe (I, 19) come la dignità della scelta interiore rimanesse inespugnabile di fronte a qualsiasi tiranno:
«Se il tiranno mi dice: “Ti legherò la gamba”, gli rispondo: “Uomo, tu dici che mi legherai la gamba, ma la mia facoltà di scelta (prohairesis) neppure Zeus in persona può vincerla”».
In continuità con questo dibattito etico, anche il Cristianesimo – pur senza promuovere una rivoluzione sociale immediata, nemmeno dopo l’Editto di Tessalonica del 380 d.C. che lo rese religione ufficiale dell’Impero – maturò posizioni di aperta condanna della schiavitù. Un esempio emblematico è rappresentato da Gregorio di Nissa, Padre cappadocio del IV secolo d.C., che contestò il diritto umano di possedere altri uomini ed esortò i fedeli alla liberazione dei propri servi. Del resto, la stessa vita culturale dell’antichità deve un debito incalcolabile a intellettuali legati alla condizione servile, tra cui il favolista greco Esopo, i commediografi romani Terenzio e Fedro e lo stesso Epitteto. Ciononostante, le testimonianze antiche volte a mettere in discussione la schiavitù rimangono esigue, proprio perché l’asservimento dell’uomo sull’uomo era percepito come un fatto naturale. Il sociologo Orlando Patterson ha sintetizzato questa condizione definendola come una forma di vera e propria “morte sociale”. La misura di quanto la schiavitù fosse data per scontata nel bacino del Mediterraneo emerge chiaramente, per contrasto, dalla meraviglia con cui lo storico Diodoro Siculo (Biblioteca storica, II, 39, 4-5) descriveva l’assenza di servi nell’India antica. Basandosi sui resoconti dell’ambasciatore Megastene – intenzionato a esaltare la cultura indiana rispetto a quella occidentale –, Diodoro esprimeva stupore di fronte a tale modello sociale:
«Tra le leggi più importanti stabilite dagli Indiani, ce n’è una che è stata istituita dai loro antichi filosofi ed è particolarmente degna di ammirazione: la legge ordina infatti che nessuno tra di loro, in nessuna circostanza, possa essere schiavo, ma che tutti, godendo della libertà, rispettino l’uguaglianza in ogni cosa […]. È infatti una follia stabilire leggi che siano uguali per tutti, eppure disporre le condizioni sociali in modo disuguale».
Parallelamente alla riflessione storiografica e filosofica, anche il diritto e la letteratura di età imperiale romana registrarono le forti contraddizioni interne all’istituto servile. Il giurista Sesto Cecilio Africano (II sec. d.C.) rimarcò la natura peculiare dello schiavo che, in quanto homo (essere umano), non poteva essere assimilato in modo acritico a una pura merx (merce) nell’ambito delle trattative commerciali. Sul piano dell’identità personale, invece, Filostrato nella Vita di Apollonio di Tiana (VIII, 7, 12) mostrava come la cancellazione dell’autonomia dello schiavo si riflettesse nella sua onomastica, giacché il nome assegnatogli ne indicava quasi sempre la mansione o l’origine geografica — una consuetudine documentata fin dall’epoca micenea attraverso le tavolette in Lineare B (decrittata nel 1952). Sebbene la maggior parte dei servi fosse costituita da prigionieri stranieri catturati nelle guerre di conquista, le dinamiche del mondo classico non risparmiarono individui di origine greca o romana. La centralità strutturale degli schiavi nell’economia classica si manifestò con estrema evidenza già in età repubblicana. Nelle societates publicanorum (le società d’appalto delle imposte dominate dal ceto equestre), la gestione finanziaria e la riscossione dei tributi nelle province erano capillarmente delegate a schiavi e liberti di fiducia. Cicerone, nelle Verrine (Actio II, lib. III, 88), descriveva con efficacia le stravaganti inversioni di ruolo generate da questo potere delegato:
«Per tre anni Verres ha tormentato la provincia di Sicilia… al punto che gli agricoltori venivano trattati come schiavi, e gli schiavi agivano come esattori delle tasse [publicani]».
Proprio alla luce di questa pervasività economica, la storiografia anglosassone ha formalizzato una distinzione teorica fondamentale tra “società con schiavi” (societies with slaves), nelle quali il lavoro servile è secondario, e vere e proprie “società schiavistiche” (slave societies), in cui esso costituisce l’asse portante della produzione. Questa categorizzazione si salda con la lettura socio-economica inaugurata da Karl Marx. Nel Manifesto del Partito Comunista (1848), Marx individua nelle civiltà greca e romana il primo modo di produzione basato sul conflitto di classe aperto tra liberi e schiavi, con questi ultimi posti a fondamento dell’intera struttura produttiva. La parabola di questo sistema socio-economico giunse tuttavia al termine durante il Tardo Impero, quando una serie di fattori strutturali ne determinarono l’inevitabile dissoluzione: La fine dell’espansionismo: Con il consolidamento dei confini nel II secolo d.C. e il conseguente arresto delle guerre di conquista, il flusso di prigionieri si interruppe, provocando un aumento insostenibile del costo degli schiavi sul mercato. Il ristagno tecnologico: L’abbondanza di manodopera servile a basso costo erogata nei secoli precedenti aveva disincentivato gli investimenti in capitale fisso e la ricerca di innovazioni tecnologiche. L’impossibilità di perpetuare il modello schiavistico condusse così al crollo dell’economia antica e favorì la transizione verso il sistema feudale, caratterizzato dalla nascita della nuova figura sociale del servo della gleba.
Fonti Primarie
Cicerone, Marco Tullio, In C. Verrem actio secunda (Seconda azione contro Verre), Libro III.
Diodoro Siculo, Bibliotheca historica (Biblioteca storica), Libro II.
Epitteto, Diatribae (Diatribe), Libro I.
Filostrato, Flavio, Vita Apollonii Tyanensis (Vita di Apollonio di Tiana), Libro VIII.
Gregorio di Nissa, In Ecclesiasten homiliae (Omelie sull’Ecclesiaste / In Ecclesiasten – Homilia IV) [Ambito storico-patristico per l’invito alla liberazione degli schiavi].
Marx, Karl e Engels, Friedrich (1848), Manifesto del Partito Comunista (Manifest der Kommunistischen Partei).
Studi Critici e Saggistica
Lengellé, Maurice (1999), L’esclavage moderne, Paris, Presses Universitaires de France (PUF), coll. “Que sais-je?”.
Patterson, Orlando (1982), Slavery and Social Death: A Comparative Study, Cambridge (MA), Harvard University Press (tr. it. La schiavitù e la morte sociale, Milano, Rizzoli, 1988).
*Per i riferimenti ai testi in Lineare B e all’onomastica servile di origine micenica, si vedano i corpora epigrafici e di decifrazione (es. Chadwick, John & Ventris, Michael, Documents in Mycenaean Greek, Cambridge University Press, 1953).
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